Biennale Arte 2017: cosa vedere


Sull’onda del successo della prima Esposizione Universale che si tenne a Londra nel 1851, la “Biennale” nasce tra le mura del Caffè Florian di Piazza San Marco dove l’allora sindaco di Venezia Riccardo Selvatico, poeta e commediografo, era solito incontrarsi con i suoi amici artisti sognando l’organizzazione di un evento d’arte contemporanea di portata internazionale che avesse una ricorrenza fissa. L’occasione arriva nel 1892 quando Selvatico riceve una circolare ministeriale con cui si chiedeva alle città italiane di ideare una manifestazione per celebrare le nozze d’argento dei sovrani Umberto I e Margherita di Savoia: era finalmente il pretesto perfetto per convincere la Giunta ad organizzare la tanto ambita rassegna artistica. La prima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia inaugura così con grande successo il 30 aprile del 1895. Da allora, nel corso delle sue 57 edizioni, la Biennale è costantemente cresciuta, coinvolgendo un sempre maggior numero di Paesi, sino a diventare uno degli eventi internazionali legati all’arte contemporanea più importanti al mondo.

Nel condurvi attraverso le meraviglie della Biennale Arte, aperta sino al 26 novembre 2017, ci soffermeremo su alcune delle opere che meglio rappresentano questa 57. edizione scelte in base a una duplice prospettiva: come specchio dei tempi in cui viviamo, in termini quindi di denuncia o di celebrazione degli stessi, o come esemplificazione delle maggiori tendenze in essere nel mondo dell’arte internazionale.

L’itinerario è pensato per essere diviso in due mezze giornate, una dedicata ai Giardini e una all’Arsenale. Per info sui biglietti cliccare qui.

LE INSTALLAZIONI LUNGO IL CANAL GRANDE

Il nostro viaggio (pensando in particolar modo a chi arriva in treno o parcheggia in Piazzale Roma) inizia percorrendo tutto il Canal Grande, in taxi o con il vaporetto della linea 1 o 2, per poter ammirare, oltre alla meraviglia in sè di quella che viene definita “la strada più bella del mondo”, due installazioni particolarmente scenografiche e significative. La prima è il fotografatissimo simbolo di questa edizione della Biennale: “Support” di Lorenzo Quinn che rappresenta due enormi mani che abbracciano, sostenendolo, il luxury hotel Ca’ Sagredo. L’opera vuole porre l’attenzione sul problema del riscaldamento globale e quindi di una Venezia minacciata dai cambiamenti climatici che influenzano, purtroppo, il ritmo con cui la marea cresce di anno in anno. In realtà, complice un movimento mediatico innescato dai veneziani stessi, l’opera (e l’hashtag #Support) è piuttosto diventata il simbolo della lotta al degrado e alla mercificazione in favore di un’offerta turistica mordi e fuggi senza controllo che sta minacciando lo stesso patrimonio artistico di Venezia.

Support Ca SagredoPiù avanti, non tanto distante dal Guggenheim, si trova “The Golden Tower”, un’opera dell’artista scomparso James Lee Byars curata dal direttore del Museo Marino Marini di Firenze, Alberto Salvadori, e reso possibile grazie al contributo della Fondazione Giuliani di Roma e al supporto della Michael Werner Gallery di New York. Obelisco simbolo di luce, faro della conoscenza che illumina Venezia, ci induce a soffermarci sull’accostamento sempre più frequente di metalli e materiali preziosi all’arte contemporanea. Foglia oro in questo caso (per i 20 metri della torre sono stati utilizzate ben 35.500 foglie d’oro a 24 carati) molto amata da architetti e designer, basti pensare alla Fondazione Prada di Rem Koolhaas a Milano o al nuovo negozio di Aquazzurra a New York, frutto della collaborazione con il designer Ryan Korban.

Passata Piazza San Marco, potete quindi scendere alla fermata Giardini (Linea 1) oppure a San Marco Vallaresso (in caso la Linea 2 non prosegua) e continuare a piedi sino all’entrata della Biennale.

The Golden Tower

I GIARDINI: HIGHLIGHT

Ai Giardini, parco voluto da Napoleone Bonaparte per dotare la città di Venezia di un’area verde pubblica ed inaugurato nel 1812, si possono visitare 30 Padiglioni espositivi, ognuno appartenente ad una diversa Nazione, tra cui il Padiglione Italia e il Padiglione Venezia. E’ proprio su quest’ultimo che ci soffermiamo ed in particolare sulla mostra Luxus che ha l’interessante scopo di celebrare l’arte nell’arte, ovvero quelle abilità artigiane legate all’industria del lusso, della cui lavorazione Venezia si fa custode, talmente rare e raffinate da rappresentare un’opera d’arte di per sé. Una visita a Luxus è un invito a conoscerle ed amarle (ed anche a fare shopping!): dai tessuti unici di Rubelli e Bevilacqua, agli abiti da sogno dell’Atelier Pietro Longhi o di Antonia Sautter, dai mosaici a foglia d’oro di Orsoni sino alle essenze di The Merchant of Venice e ai gioielli di Nardi, sono davvero tanti i brand di successo fautori di un crescente interesse mondiale per il Made in Venice.

Serra-dei-GiardiniCompletato il giro ai vari padiglioni, potete fare una sosta al Caffè Serra dei Giardini, una splendida orangerie che ospita al suo interno un cafè e un negozio di fiori. La struttura, risalente al 1894, è l’ultima testimonianza giunta sino a noi della prima Biennale quando fu edificata come tepidarium in vetro e ferri per ospitare le palme e le altre piante decorative utilizzate per l’evento.

Di seguito alcuni highlight delle opere ospitate ai Giardini.

ARSENALE: HIGHLIGHT

Parte del complesso dell’Arsenale, cuore dell’industria navale veneziana e prima “fabbrica” al mondo, dopo aver cessato con la Seconda Guerra Mondiale la sua attività produttiva, dal 1980 è sede della Biennale. Attraversando le magnifiche sale “le Corderie” (un tempo adibite alla costruzione di cavi e cordame per le navi) e le “Artiglierie” (dedicate alla produzione e conservazione di armi e munizioni), un’installazione colpisce in particolare modo: si trova nel padiglione Georgia ed è l’opera di Vajiko Chachkhiani “Living Dog among Dead Lions”.

23092017-L1240806L’artista ha smontato una tipica casa in legno trovata abbandonata tra i boschi della Georgia e l’ha ricreata identica all’interno del padiglione, completa di tutto l’arredamento e degli oggetti di vita quotidiana, allestendola con un sistema di irrigazione che simula una pioggia insistente e perpetua. L’installazione diventa così un’opera d’arte in divenire perché, nel corso dei sei mesi di pioggia ininterrotta dall’inizio della Biennale, alcuni oggetti sono andati distrutti, altri coperti via via dal muschio, mentre a differenza degli interni, l’esterno della casa è rimasto lo stesso. L’artista intende simboleggiare l’adattamento umano ai traumi che minano il nostro interno, pur rimanendo imperscrutabili dall’esterno. Colpisce e affascina lo spirito voyeristico dell’opera, la voglia di spiare dentro le finestrelle della casetta, assaporare l’odore di muffa, guardare gli oggetti zuppi d’acqua non riuscendo a non pensare al paragone con la società moderna dei social media che ci spinge a essere tutti voyeur di vite altrui per accorgersi poi, in un vortice di sterile narcisismo, che sono le nostre stesse vite a disintegrarsi.

UnknownVicino all’Arsenale, potete rilassarvi discutendo sulle opere che vi sono piaciute di più al Covino o al Covo, due realtà, una più giovane in stile bistronomy con soli 6 tavoli e l’altra trattoria storica di altissima qualità, che non deluderanno la vostra voglia di tradizione e buona cucina veneziana.

Di seguito alcuni highlight delle opere ospitate all’Arsenale.

LE COLLATERALI AL PONTE DELL’ACCADEMIA

Se invece avete voglia di camminare ancora un po’, due tra le più belle esposizioni Collaterali alla Biennale si trovano proprio ai piedi del Ponte dell’Accademia. La prima è Glasstress, progetto ideato e supportato dalla Fondazione Berengo che si pone come scopo quello di avvicinare l’arte del vetro di Murano ai maggiori artisti contemporanei, che si divide in due esposizioni. La prima, ospitata a Palazzo Cavalli-Franchetti sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, ospita una collettiva di artisti che usano il vetro come mezzo espressivo: Jan Fabre, Koen Vanmechelen, Thomas Schütte, Erwin Wurm, Loris Gréaud, Paul McCarthy, Alicja Kwade, Ai Weiwei, Laure Prouvost, Brigitte Kowanz, Ugo Rondinone. Una mostra assolutamente da non perdere anche per la spettacolarità della location, altissimo esempio di gotico veneziano, che vanta una delle scalinate più belle di Venezia (solo quella vale una visita!). La seconda, che magari potete visitare in un secondo momento, è l’impressionante installazione “The Unplayed Notes Factory” di Loris Gréaud sull’isola di Murano ospitata all’interno del Berengo Exhibition Space, un’ex fornace dove la lavorazione del vetro diventa protagonista di una performance eccezionale.

Berengo Exhibition SpaceConcludiamo il nostro viaggio con l’installazione più cool ed evocativa di quest’edizione della Biennale: si tratta di “Pavillion of Humanity“, coideata da Michal Cole, inglese di origini israeliane, e Ekin Onat, turca. Le due artiste hanno “vestito” un’intera casa con l’intento di farci riflettere sulla crescente oppressione a cui la donna è soggetta: il salotto, la cucina, il bagno, la camera da letto…ogni stanza racchiude un’installazione e quindi un diverso messaggio.
In particolare, Michal ha completamente rivestito il tipico salotto da gentleman britannico, completo di libreria e caminetto, con 45 tonnellate di vecchie cravatte cucite insieme con un paziente lavoro durato un anno. Un simbolo del crescente maschilismo che, non senza ironia, sta colpendo sia paesi come la Turchia in cui sono a rischio i diritti fondamentali dell’uomo sia la società occidentale stessa che si sta ripiegando su sè stessa, vittima di una crescente mancanza di leadership morale.

Ci sarebbero così tante altre opere di cui parlare…La Biennale Arte è davvero un viaggio incredibile e forse il suo merito più grande è aprirci, ogni due anni, le meravigliose porte della Venezia “segreta”: i suoi palazzi, le gallerie d’arte, gli atelier…

In nessun’altra città come a Venezia, ho trovato una tale unità della vita odierna con la vita che ci parla dalle opere d’arte della sua età aurea e nella quale sole e mare sono più essenziali di tutta la storia”.
Hermann Hesse

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