Biennale 2019: da non perdere all’Arsenale

Inaugurata a metà maggio, questa ambiziosa (e discussa) Biennale curata da Ralph Rugoff si propone come un lungo racconto del presente e della società mondiale contemporanea, in cui i 79 artisti presenti affrontano le tematiche più scottanti attraverso i propri linguaggi. Già dal titolo, May You Live In Interesting Times, si intuisce un invito alla riflessione profonda sulla realtà che ci circonda, a livello globale, e sulle direzioni che va prendendo il mondo. Dai cambiamenti climatici alla rinascita dei movimenti nazionalisti, dall’impatto dei social media alle disuguaglianze economiche, dalla crisi etica ed esistenziale dell’uomo moderno. Una Biennale importante e densa, divisa in due percorsi: la Proposta A all’Arsenale, la Proposta B al Padiglione Centrale dei Giardini, due spazi con cui ogni singolo artista è chiamato a confrontarsi creando una “doppia opera”. A queste due presentazioni si affiancano 90 Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni dei Giardini e 21 eventi organizzati in diverse prestigiose sedi veneziane.  Tanto da vedere e da vivere in una Venezia che si presta come ogni anno ad essere la perfetta cornice della mostra d’arte contemporanea più importante del mondo! Per godersi appieno l’atmosfera di questa manifestazione unica, l’ideale è trascorrere a Venezia almeno un weekend dedicando una giornata alla visita dell’Arsenale e una ai Giardini (il biglietto cumulativo, infatti, è valido fino al 24 novembre!) e concedendosi il tempo di visitare le installazioni collaterali e gli eventi organizzati in tutta la città.

Biennale di Venezia 2019 - Veneto Secrets

Il nostro percorso parte dall’Arsenale, cuore dell’industria navale veneziana fondato nel XII secolo, e prima fabbrica della storia dell’umanità diventato oggi una delle location privilegiate per gli eventi più importanti della città lagunare. In questa sede si trovano due delle opere più chiacchierate dell’edizione: il relitto di Barca Nostra, protagonista del tragico naufragio del 2015 nel canale di Sicilia, esposto da Christoph Büchel e la monumentale scultura Building Bridges di Lorenzo Quinn, che richiama quella installata a Ca’ Sagredo nel 2017. Per raggiungere l’Arsenale si può prendere il vaporetto della linea 1, 2 o 4.1, un taxi privato, oppure passeggiare per campi e campielli arrivando a piedi in circa 40 minuti. Rispetto alle altre edizioni quest’anno si nota immediatamente una presenza maggiore di opere digitali e di video-arte. Ampio spazio dunque all’immersività, riproposta in vari padiglioni con accezioni differenti, e alla componente esperienziale che diventa sempre più una parte fondamentale dei linguaggi artistici contemporanei. Tra i tanti, meritano senza dubbio una sosta prolungata l’installazione This Is The Future di Hito Steyerl che, mettendo in discussione l’Intelligenza Artificiale, emula un ipotetico giardino del futuro fatto di fiori digitali e passerelle sopraelevate, e il magnifico lavoro di Ryoij Ikeda che, in collaborazione con Audermars Piguet, racconta un universo di dati che trasportano lo spettatore in un viaggio virtuale ipnotico e affascinante. Atmosfere caleidoscopiche anche per il Padiglione delle Filippine, dove si viaggia tra realtà e illusione su Island Weather di Mark Giustiniani che riproduce l’arcipelago filippino in un gioco di specchi dove camminare perdendo il senso dello spazio e del tempo. Anche le gemelle losangeline Christine e Margareth Wertheim parlano di atmosfere marine con il loro Crochet Coral Reef, un incredibile progetto artistico legato all’omonimo progetto globale di tutela del patrimonio naturale che oscilla tra scultura, modelli botanici e artigianato di altissimo livello. Ad oggi più di diecimila partecipanti da tutto il mondo hanno creato oltre quaranta elegantissime barriere coralline, tessendo all’uncinetto fili e filati, cavi e nastri di videocassette, perline e tessuti.

Biennale di Venezia 2019 - Veneto Secrets

Arte e critica si uniscono anche nel lavoro di Anthea Hamilton, dove citazioni vintage, moda e design vengono svuotati dal loro significato e provocatoriamente ricollocati in ambienti immersivi e claustrofobici dal forte impatto estetico. Forte è il riferimento al fashion system anche nelle serie fotografiche di Martine Gutierrez, iconica dea azteca che, usando un linguaggio in stile Newton, si relaziona con un improbabile e plastificato mondo “da copertina”. Anche l’artista giapponese Mari Katayama si confronta con il tema della bellezza attraverso un intima raccolta di auto-ritratti che ne rivelano con tragica delicatezza la disabilità. Colpita da una rara malattia che le ha causato la perdita degli arti inferiori, Mari si ritrae come fosse una bambola immersa tra oggetti DIY creati da sé, spesso riproduzioni del suo corpo decorate da pizzo, perle e cristalli, esplorando la sua condizione e facendone un’opera d’arte. In generale la Biennale 2019 è caratterizzata da un allestimento fluido, che diffonde le opere degli artisti nello spazio creando un susseguirsi di richiami e dando la possibilità al visitatore di immergersi in un unico grande dialogo. In questa rumorosa e affascinante “conversazione sul mondo” lo spettatore può navigare scegliendo la propria direzione e trovando, forse, un filo di Arianna che infine lo riporterà a casa.

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